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12 maggio - Giornata mondiale malati CFS
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Inchieste e approfondimenti

La IACFS/ME: No all'inserimento della CFS/ME nel DSM-5

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Di Giada Da Ros
Presidente CFS Associazione Italiana – Aviano (PN)

Fred Friedberg, PhD, Presidente della IASCFS/MELa IACFS/ME, ovvero l’Associazione Internazionale per la Sindrome da Fatica Cronica/Encefalomielite Mialgica, ha allertato la comunità della CFS/ME rispetto all’intenzione di inserire la malattia all’interno del DSM-5, che dovrebbe uscire nel 2013, curato da una Task Force della Associazione Psichiatrica Americana.

IL DSM è il manuale di classificazione delle malattie psichiatriche che contiene l’elenco e i criteri per le diagnosi. Il manuale di cui ora dovrebbe uscire questa nuova edizione è un punto di riferimento internazionale (per tutti, non solo per gli americani cioè) per psichiatri (ovvero medici con una specializzazione in psichiatria), psicologi (ovvero laureati in psicologia con una abilitazione alla professione) e psicoterapeuti (ovvero psicologi o medici con una specializzazione quadriennale, poi abilitati alla professione di psicoterapeuta). Vi è da rilevare che sebbene la pubblicazione abbia una considerazione di prestigio, ci sono scuole di pensiero psicologico che negano validità scientifica a questo strumento, sulla base di fondate argomentazioni epistemologiche, e ne criticano l’utilizzo, ritenuto dannoso.

La IACFS/ME ha scritto una lettera alla Task Force per la realizzazione del DSM-5, che riportiamo qui tradotta, che spiega perché non ritengono opportuno inserire la CFS/ME nel DSM-5 (25 marzo 2010). Inoltre spingono con vigore a inviare i propri commenti contro questa possibilità che, in modo condivisibile, ritengono disturbante. Le lettere scritte dai professionisti del settore (ricercatori, clinici, educatori) sono quelle che avranno la maggiore influenza e devono essere fatte pervenire entro il 20 aprile.

Lettera alla Task Force per il DSM-5:

A nome del consiglio di amministrazione e dei membri della International Association for Chronic Fatigue Syndrome – Associazione Internazionale per la Sindrome da Fatica Cronica (IACSF/ME), vorrei esprimere la mia profonda preoccupazione riguardo alla possibilità di re-classificare la CFS come disturbo somatoforme nel DSM-5. Sebbene la nuova categoria proposta di Disturbo dai Sintomi Somatici Complessi (CSSD) appaia ragionevole, siamo preoccupati che la CFS, una patologia medica complessa, diventi un sottotipo di CSSD o una distinta a sè stante diagnosi psichiatrica. Basiamo la nostra preoccupazione sui commenti del dottor Simon Wessely (Gruppo di Lavoro DSM-5; Settembre 6-8, 2006) che ha concluso che “dobbiamo accettare l’esistenza … di sindromi/sintomi somatici funzionali… [separati dalla depressione e dall’ansia] e rispettare l’integrità di fibromialgia, sindrome dell’intestino irritabile, sindrome da fatica cronica, e le loro varianti culturali”. Questo commento suggerisce la possibilità di una nuova diagnosi somatoforme del DSM-5 che classifica la CFS come una manifestazione o sottocategoria.

La posizione della IACSF/ME è che posizionare la CFS nella nuova categoria di CSSD non sarebbe ragionevole sulla base del corpo di prove scientifiche e la corrente comprensione di questa malattia.

La classificazione della CFS come disturbo psichiatrico nel DSM-5 ignora le prove biomediche che si stanno accumulando per porre le fondamenta della CFS nel dominio della immunologia, la virologia, la genetica e la neuroendocrinologia. Nel corso degli ultimi 25 anni, sono stati pubblicati 2000 studi sulla CFS valutati dai colleghi. I dati supportano una patologia multifattoriale caratterizzata da disturbi nella funzione dell’asse ipotalamico-pituitario, pathway antivirali sovra-regolati nel sistema immunitario, e anormalità genetiche.  Diversamente da quanto accade con ansia clinica e depressione, le sostanze psicotrope sono generalmente inefficaci per la CFS e il consiglio medico standard di fare esercizio e riposare o riprendere le attività spesso porta a un peggioramento dei sintomi. In contrasto alla depressione clinica, la motivazione è molto meno colpita nella CFS e il desiderio di rimanere attivi rimane intatto. Inoltre, nell’espressione dei geni sono state recentemente trovate ampie differenze fra la CFS e la depressione endogena (Zhang et al., 2009).

Sebbene la ricerca biomedica per delucidare i meccanismi della CFS sia in fieri, le incertezze mediche che circondano la CFS non dovrebbero essere usate come giustificazione per classificarla come una malattia psichiatrica. Come dichiarato dal dottor Ricardo Araya: “L’assenza di una spiegazione medica [per una malattia] non dovrebbe conferire automaticamente una etichettatura psichiatrica (Settembre 6-8, 2006; Presentazione Somatica di Disturbi Mentali; Gruppo di Lavoro per il DSM-5)”.

Con rispetto al DSM-5, supportiamo il recente editoriale nel British Medical Journal del dottor Allen Francis (2010), presidente della task force del DSM-IV, che ha dichiarato che ogni nuova diagnosi del DSM dovrebbe essere basata su “una attenta analisi rischi-benefici che include… una considerazione di tutte le potenziali conseguenze non volute (p. 492)”. Le probabili conseguenze non volute di una diagnosi di CFS nel nuovo DSM sarà la aumentata stigmatizzazione o anche livelli perfino minori di riconoscimento da parte dei medici che danno le cure primarie e dalla comunità medica in generale. Come risultato, crediamo che una tale azione sarebbe controproducente rispetto ai nostri continui sforzi di educare i medici rispetto alla valutazione e alla cura clinica di questi pazienti.

La IACFS/ME è una organizzazione di più di 500 professionisti biomedici e del comportamento la cui missione è promuovere, stimolare e coordinare lo scambio di idee collegate alla ricerca sulla CFS, alla cura dei pazienti e al trattamento. Supportiamo gli sforzi di pressione scientifica per maggiori fondi di ricerca. Supportiamo anche le iniziative di politica di salute pubblica per aumentare il riconoscimento e ridurre la stigmatizzazione che continua a piagare questi pazienti debilitati e sottoserviti da un punto di vista medico.

Grazie per la vostra attenzione.

Distinti saluti,

Fred Friedberg, PhD
Presidente
IACFS/ME

http://www.iacfsme.org/

 


 

La Dott.ssa Vernon ragiona sui risultati pubblicati da "Retrovirology"

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Di Giada Da Ros
Presidente CFS Associazione Italiana – Aviano (PN)

Recentemente la rivista “Retrovirology” ha pubblicato un articolo che non trova alcun collegamento fra il retrovirus XMRV e la CFS/ME. È il secondo studio che arriva a questa conclusione, e mentre preparavamo la traduzione ne è arrivato anche un terzo pubblicato sul British Medical Journal e relativo a pazienti dei Paesi Bassi.
La dottoressa Suzanne D. Vernon, PhD, che ha ottenuto il dottorato in virologia dalla University of Wisconsin a Madison, ha lavorato del campo della ricerca sulla salute pubblica rispetto alle malattie infettive ai CDC di Atalnta ed è dal 2007 direttore scientifico della CFIDS Association of America, ha buttato giù alcune riflessioni che trovate sotto tradotte. Nell’originale trovate anche i riferimenti bibliografici.

Secondo studio negativo sull’XMRV: ancora in cerca di uno studio di replicazione corretto e robusto.

Un secondo studio che ha cercato l’XMRV nella CFS ne è uscito a mani vuote. Il 15 Febbraio 2010, autori del Regno Unito (UK) hanno pubblicato un articolo sulla rivista specializzata ad accesso libero Retrovirology intitolato “Assenza del virus xenotropico murino imparentato al virus della leucemia nei pazienti del Regno Unito con la sindrome da fatica cronica”. Questi investigatori hanno usato metodi quantitativi e sensibili per cercare l’XMRV nei campioni di sangue raccolti dai pazienti con la CFS, donatori di sangue sani e pazienti clinici con altre patologie. Hanno anche cercato anticorpi che potrebbero bloccare l’XMRV dall’infettare le cellule nella porzione liquida del sangue (siero e plasma) della CFS e dei controlli.

Prima di arrivare ai dettagli dell’articolo, guardiamo al gruppo che ha dato notizia di questi risultati. L’investigatore leader, il dottor Harriett CT Groom, e tre altri autori sono del dipartimento di virologia del Medical Research Council National Institute for Medical Research, l’equivalente dell’Istituto Superiore di Sanità per gli Stati Uniti. Uno di questi investigatori, il dottor Jonathan Stoye, è stato il co-autore dell’editoriale in Science che accompagnava la notizia di Lombardi e gli altri che per la prima volta ha stabilito un’associazione fra XMRV e CFS. Il dottor Stoye è un retrovirologo noto in tutto il mondo. Quattro autori sono del gruppo della CFS alla St. George’s University di Londra, compreso il dottor Jonathan Kerr, meglio conosciuto per la sua ricerca che descrive gli aspetti genomici e infettivi della CFS. Il dottor Kerr è anche co-investigatore grazie alla borsa di ricerca del Whittemore Peterson Institute finanziata dell’Istituto Superiore di Sanità (Americano). Due autori, incluso il dottor John Gow, sono della Caledonia University di Glasgow, in Scozia. Il dottor Gow ha un lunga documentata serie di pubblicazioni nella ricerca sulla CFS. Due altri autori vengono dal Barts e dal London National Health Service Trust e dal University College di Londra. Ciascuno dei loro contributi a questo studio è descritto alla fine dell’articolo.

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Studi finanziati dalla CFIDS Association of America: chi sta facendo ricerca ora

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Di Giada Da Ros
Presidente CFS Associazione Italiana – Aviano (PN)

La CFIDS Association of America nel marzo 2008 ha messo a disposizione una serie di fondi in modo tale che potessero venire dedicati alla ricerca sulla CFS. Gli obiettivi principali posti sono stati trovare: un marker biologico; delle diagnosi obiettive; dei trattamenti. Nel novembre dello stesso anno sono stati annunciati sei progetti di ricerca, scelti fra una serie, dopo che questi sono stati vagliati attraverso un processo che si chiama di peer-review cioè dopo una valutazione da parte dei pari, ovvero dei colleghi. Quattro di questi sei studi sono partiti nel marzo del 2009, gli altri due nel giugno del 2009. È passato quasi un anno dall’inizio dei primi studi perciò e il direttore scientifico dell’Associazione, la dottoressa Suzanne D. Vernon, PhD, ha voluto fare un po’ il punto della situazione, spiegando chi sta facendo ricerca su che cosa, in un articolo che trovate qui in originale e sotto tradotto per la parte relativa alle ricerche in corso.  

Dr. Kathy LightI dottori Kathy e Alan Light e il loro team di ricerca della Università dello Utah stanno cercando dei marker diagnostici oggettivi per la CFS. All’inizio di quest’estate il team Light ha pubblicato nuove scoperte sul Journal of Pain descrivendo marker basati sul sangue che sembrano collegati ai sintomi di fatica e di dolore nella CFS. Stanno individuando recettori specifici dei metaboliti creati dai muscoli durante una prova di esercizio moderato. Quello che è notevole è che i marker non sono presenti nei soggetti con la CFS quando sono a riposo. Tuttavia, dopo un moderato esercizio su una cyclette, l’espressione di questi marker nei globuli del sangue aumenta in modo drammatico nei soggetti con la CFS, ma non nei controlli sani o nei pazienti con la sclerosi multipla (un’altra condizione con sostanziale dolore e fatica) che fanno esercizio allo stesso modo.  Questo significa che – finora – questo marker sembra individuare la fatica dopo-sforzo che è la il marchio della CFS. Un diagramma  che illustra la differenza nei marker è apparso sulla copertina nel numero dell’ottobre 2009 del Journal of Pain. Il team Light sta facendo test su altri soggetti con la CFS e altri gruppi di controllo con altre malattie per determinare proprio quanto specifici della CFS siano questi marker. Se ha successo, questo potrebbe essere il primo test diagnostico del sangue obiettivo per il sintomo chiave nella fatica post-sforzo nella CFS.

Dr. Dikoma ShunguIl dottor Dikoma Shungu al Weill Cornell Medical College e i suoi collaboratori continuano a esaminare il metabolismo del cervello nella CFS. Nel 2009, Shungu e il suo team hanno pubblicato un articolo in una prestigiosa rivista di tomografia, NMR in Biomedicine, che descrive aumentati livelli di lattato nel fluido cerebrospinale del cervello  nei pazienti con la CFS. È notevole il fatto che questo non è stato trovato nei gruppi di confronto testati di controlli sani e nei controlli malati (disordine ansiogeno generalizzato). Con l’attuale premio che hanno ricevuto dalla CFIDS Assosiation,  Shangu ha esteso lo studio per includere altri pazienti con la CFS e un gruppo di controllo con la malattia del disordine da depressione maggiore. Un eccitante aspetto di questo studio è che questi soggetti parteciperanno anche allo studio del dottor Marvin Medow che esamina il flusso del sangue (vedete sotto). Questa coppia di team investigativi ha sviluppato un modello che è basato sull’infezione che causa infiammazione e stress ossidativo che altera il flusso sanguigno e aumenta il lattato nel sangue. Lattato elevato può essere individuato attraverso l’MRS (Spettroscopia di Risonanza Magnetica), un test tomografico non invasivo. Questo potrebbe essere un importante approccio per individuare la CFS presto nel corso della malattia, cosa importante dato che prima la CFS viene individuata e diagnosticata, maggiore è la possibilità di un intervento efficace.

Dr. Marvin MedowIl dottor Marvin Medow e il suo team al New York Medical College studiano la Sindrome da Tachicardia Posturale (POTS), una forma cronica di intolleranza ortostatica associata con segni e sintomi di vertigini, perdita della visione, mal di testa, fatica, e deficit neurocognitivi. Molte persone giovani con la CFS hanno la POTS, e almeno metà degli adulti con la CFS hanno la POTS. Medow studia se questi sintomi della POTS sono dovuti a un minor afflusso di sangue al cervello. Lui e il suo team hanno pubblicato un articolo su The American Journal of Physiology – Heart and Circulatory Physiology nell’agosto del 2009 descrivendo il diminuito afflusso di sangue e l’alterata regolazione del flusso di sangue da parte del cervello nei pazienti con la POTS. Medow e il suo team continuano a studiare perché il flusso di sangue è alterato nella CFS e stanno esaminando le sostanze chimiche nel corpo che causano lo stress ossidativo e le molecole che hanno effetto sulla funzione dei vasi sanguigni. I soggetti che partecipano allo studio Medow partecipano anche allo studio Shungu descritto sopra. Questo permetterà che le scoperte di Medow sui meccanismi del flusso del sangue nel corpo siano relazionate alle alterazioni metaboliche e del flusso del sangue che Shungu sta trovando nel sangue dei pazienti. Questo tipo di studio integrato delle alterazioni del flusso sanguigno ha la potenzialità di migliorare il trattamento della CFS.

Dr. Gordon BroderickIl dottor Gordon Broderick della University of Alberta sta lavorando con i colleghi della Northwestern University e della University of Illinois-Chicago per capire come l’Epstein-Barr virus (EBV) può innescare la CFS a seguito di una moonucleosi infettiva  (anche consciuta come mono e “la malattia del bacio”). Broderick è un biologo dei sistemi che usa sofisticati approcci medici e potenti computer per costruire modelli di CFS basati su effettivi dati clinici e di laboratorio. Ha pubblicato diversi articoli nel corso degli ultimi anni che danno un modello di come il cervello, il sistema endocrino e il sistema immunitario sono alterati nelle persone con la CFS. Una figura da uno dei suoi articoli del 2009 è finita sulla copertina della rivista scientifica Genomics. Quando non è nel suo laboratorio, Broderick insegna biologia informatica agli studenti di medicina e usa esempi di CFS in molte delle sue lezioni. Broderick ha reclutato cinque studenti in medicina per condurre ricerca in questo gruppo con l’obiettivo di sensibilizzare sulla CFS e sulla ricerca sulla CFS i clinici di domani. Oltre a ottenere pubblicità sui media, gli studenti di medicina pubblicano il loro lavoro sulla letteratura valutata da colleghi.

Dr. Sanjay ShuklaIl Dr. Sanjay Shukla della Marshfield Clinic Research Foundation studierà i microbi dell’intestino nella CFS. Sappiamo ora che gli esseri umani abbisognano del giusto tipo e del giusto bilanciamento di microbi nei nostri intestini per rimanere in salute. Shukla ipotizza che le persone con la CFS non abbiamo il giusto tipo e bilanciamento di microbi e che lo sforzo causi i microbi a fuoriuscire attraverso l’intestino causando infiammazioni e disturbi metabolici. Ha assemblato un team di esperti in medicina interna, fisiologia dell’esercizio e filogenia batterica per assisterlo in questo studio innovativo. Il team ha cominciato a iscrivere pazienti e controlli a luglio. Raccoglieranno campioni di sangue e di feci prima e dopo una prova di esercizio fisico per studiare come lo sforzo ha influenza sulla funzione e l’ecologia dell’intestino. Rimanete sintonizzati su quelli che sicuramente saranno interessanti e importanti risultati che potranno avere impatto sulla diagnosi e il trattamento della CFS.

Dr. Bud MishraIl professor Bud Mishra e il suo team di bioinformatici alla New York University useranno il software di computer che hanno sviluppato per identificare sottotipi e possibili cause della CFS. Mishra e il suo team stanno compilando dei resoconti medici da centinaia di pazienti con la CFS ben caratterizzati per raggiungere questo obiettivo. Una volta che I resoconti medici sono stati convertiti in forma elettronica e poi “letti” e interpretati dal computer, un team di esperti umani valuterà quanto bene il computer ha interpretato le informazioni. Suona futuristico? Forse ma la realtà è che usare il computer per esaminare registri ampi e cercare dei pattern è un’applicazione brillante di “intelligenza artificiale”. Molte persone con la CFS hanno enormi raccoglitori con il schedario medico. Il team di Mishra sta essenzialmente cercando all’interno di schedari medici da centinaia di pazienti con la CFS per identificare sottotipi e cause della CFS. Pensate a questo progetto come a applicazione altamente specifica di una tecnologia simile a Google che identificherà nuove informazioni e le tradurrà per gli scenari clinici.

 


 

Incontro CFSAC: Intervento del dottor Coffin

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Di Giada Da Ros
Presidente CFS Associazione Italiana – Aviano (PN)

Dr. CoffinCome già abbiamo avuto modo di scrivere, alla fine dello scorso anno si è tenuto un incontro del CFSAC, il Comitato di Consulenza sulla CFS americano. In quell’occasione ci sono stati diversi interventi. Uno dei più apprezzati è stato quello del dottor Coffin, esperto retrovirologo, professore di Biologia Molecolare e Microbiologia alla Tufts University, a Boston, negli USA. Per questo, anche se è già passato qualche tempo, così come abbiamo fatto per la presentazione del dottor Peterson, anche in questo caso, riportiamo la trascrizione tradotta del suo intervento, che trovate nella sua interezza in originale, su YouTube.

Di seguito la trascrizione:

Prima forse un piccolo disclaimer: sono qui dopo essere stato avvisato un po’ all’ultimo momento. Penso che Wanda mi abbia mandato una e-mail ieri, meno di 24 ore fa,  per invitarmi a parlare. Ero effettivamente piuttosto interessato a farlo. Sfortunatamente sono riuscito a ritagliare un po’ di tempo dalla mia agenda di impegni, ma non riuscirò a fermarmi dopo mezzogiorno.
Come seconda cosa, dovrei probabilmente presentarmi un po’ a voi. Ho lavorato nel campo dei retrovirus per moltissimi anni. Più di 30 anni, effettivamente. Più di quarant’anni a dire il vero. E i miei interessi sono stati nella retrovirologia di base, per capire in particolare la co-evoluzione dei virus e degli ospiti.  I retrovirus hanno delle proprietà molto speciali che ci permettono di guardare all’evoluzione in modi in cui non possiamo di per sé con nessun altro virus e infezione.  Più recentemente, nel corso degli ultimi 10 o 12 anni, mi sono interessato ai vari aspetti della epidemia di HIV e alla comprensione dell’interazione fra l’HIV e l’ospite, in particolare anche sulle questioni di evoluzione relative a quel virus. Mi sono associato, a dire il vero sono stato il direttore che ha fondato il programma di resistenza all’HIV per il NCI [National Cancer Institute] al Frederick a circa 50 miglia da qui. E ho avuto quella posizione per circa 10 anni e ora sono un consulente per loro e infatti capita che sia en route fra i due luoghi di lavoro. Perciò quello che voglio fare è dare una mia prima reazione a questa notevole scoperta. E reiterare un certo numero di punti salienti appena indicati dal dottor Peterson. Penso sia importante ri-enfatizzarli. E poi parlare un po’ di quello che significa essere “xenotropico”, perché diversi di voi potrebbero essere effettivamente curiosi a proposito di questo particolare punto. E poi discutere alla fine un po’ su quello che abbiamo ancora bisogno di fare rispetto a questo virus.

L’XMRV - avete già sentito molte di queste cose, ma procedo mettendovi la mia prospettiva -, l’XMRV è stato riportato per la prima volta in campioni di cancro alla prostata, particolarmente quelli con una mutazione, come è stato evidenziato, nell’RNASE-L nel 2005. Penso che fosse il 2005, forse mi sbaglio su questo. In un recente articolo è stato riportato che questo virus è risultato presente, usando un test immunologico, in circa un quarto di biopsie di cancro al seno, scelte casualmente, e in una frazione molto più piccola di biopsie alla prostata non maligne. E naturalmente, come tutti sappiamo essere stato riportato nella letteratura pubblicata, nell’articolo che è apparso la scorsa settimana, nel 67% dei casi con la CFS; e il dottor Peterson ha appena presentato alcuni dati che suggeriscono che questo può forse essere un grossolano understatement, che ci potrebbe ben essere una associazione molto più vicina al 100% e sarebbe molto interessante vedere come questo si sviluppa, naturalmente.



Il virus può essere individuato e clonato dai cancri alla prostata. Non credo che un virus infettivo sia mai stato isolato dai cancri alla prostata o dai pazienti, almeno nella letteratura pubblicata. E questo in larga parte perché quasi tutti quegli studi erano basati sull’amplificare il DNA da blocchi di paraffina. E c’è del dibattito su questo punto, nei due articoli che sono stati pubblicati, su in quali cellule si trova il virus, se è nelle cellule stremali e nelle cellule tumorali. Questo rimane da risolvere.

Anche l’associazione con l’RNASE-L come abbiamo già sentito deve ancora essere risolta. Può essere che la mutazione dell’RNASE-L non sia collegata necessariamente alla infezione con il virus, ma la presenza della mutazione la rende più facile da identificare nei pazienti. Questa è certamente un’ipotesi che possiamo prendere in considerazione a questo punto. Nel caso della CFS l’associazione è in molti casi più chiara che non nel cancro alla prostata perché possiamo avere del virus vivo.  Noi – loro a dire il vero, io non ho mai lavorato con la Stanchezza Cronica, non l’ho mai fatto… Ma  loro possono ricavare virus vivo dalle PBMC (Cellule Mononucleari del Sangue Periferico) o anche dal plasma, cosa che è piuttosto notevole, poiché è infatti piuttosto difficile isolare virus vivo dal plasma dei pazienti infetti con HIV. Tende ad essere ricoperto con anticorpi, i virioni non sono in una buona forma e così via. Sembra quasi che sia più facile farlo con la CFS (sebbene ai virologi che stanno effettivamente lavorando su questo potrebbe non piacere la caratterizzazione di essere facile). E almeno dei PBMC attivati è presente in una frazione molto alta. [Il virus] si è trovato in una frazione piuttosto impressionate di cellule che erano state isolate dal sangue, dopo che sono state attivate. Non mi è chiaro a questo punto, se non attivi le cellule, quale sia la effettiva frazione di cellule contagiate nel sangue.  Cosa che chiaramente, poiché l’attivazione stessa può essere causa del virus, potrebbe permettere al virus di diffondersi nei globuli del sangue a cui stai guardando. Lo fa quasi sicuramente, direi. Il virus che isoli è infettivo per un certo numero di linee cellulari umane. È particolarmente infettivo per le linee cellulari del cancro alla prostata, come è stato menzionato, e anche per le linee cellulari derivate dalle cellule-B e dalle cellule-T e per le PBMC attivate di fresco, che sono in pratica un miscuglio di cellule-B e di cellule-T.

Una delle cose che mi ha colpito di più è stata questa apparente possibilità di individuare il [virus in] 4% dei campioni di controllo, sebbene sia importante indicare che in questo momento questi non sono campioni privi di bias, in entrambi i casi. Nel caso del cancro alla prostata, i campioni erano da biopsie alla prostata che erano non-maligne ma erano iperplasiche e potrebbe esserci qualche associazione con il virus e questo potrebbe creare pregiudizio nella possibilità di vedere il virus. Nel caso della CFS i controlli non erano familiari, come è già stato detto, o operatori sanitari o nient’altro, ma erano locali e perciò se la distribuzione dell’infezione è molto irregolare, questo potrebbe essere un bias locale.
Tutto ciò deve essere risolto naturalmente e questa è una cosa estremamente critica da fare, riuscire ad afferrare qual è l’effettiva diffusione nel Stati Uniti e nel mondo. C’è qualche proposta, c’è una relazione, non ancora pubblicata al momento, che è stata presentata nell’incontro agli inizi dell’anno, di una scarsa percentuale di incidenza nei campioni di sangue che sono stati ottenuti dalla Croce Rossa giapponese e in qualche modo una più alta prevalenza nei campioni dei pazienti di cancro alla prostata in Giappone. E così c’è qualche prova di una qualche associazione a livello mondiale. Siete probabilmente a conoscenza del fatto che c’è stato un recente articolo che non ha trovato nessun virus, nessun tipo di infezioni in, credo, 600 e qualcosa pazienti di cancro alla prostata in Germania. Perciò tutto questo rimane da risolvere.

Una delle cose che colpiscono di più è la relazione molto stretta che c’è [nella configurazione genetica dei virus fra persona a persona], e il dottor Peterson ve lo ha mostrato e ce l’ho anch’io sulla slide fra un minuto, e quanto vicini sono questi virus uno all’altro. E la coppia che si distanzia di più effettivamente, dove entrambe venivano dal cancro alla prostata, si differenziano solo per lo 0.3%.  Ora, un paziente che è stato contagiato con l’HIV da una o due settimane ha una più grande varietà di popolazione virale di quanto non abbia un virus isolato in diversi anni, diverse parti del Paese, differenti malattie di questo virus. È notevole questa vicinanza e ha anche una importante implicazione. Non è che il virus ha un tasso di mutazione più basso dell’HIV. Questi virus hanno probabilmente tutti circa lo stesso tasso di mutazione. Ma suggerisce nei fatti che ci sono molti pochi cicli di replicazione che separano i virus che ci sono in una persona dai virus che ci sono in un’altra.  E in qualche maniera le implicazioni di questa cosa portano sia buone che cattive notizie. La cattiva notizia è che suggerisce che il virus non sta avendo attivamente delle costanti replicazioni  durante il corso dell’infezione di un singolo individuo e questo non sarebbe una buona notizia se uno stesse cercando di usare una terapia antivirale. Non significa che non dovrebbe essere testato, ma riduce l’ottimismo rispetto al fatto che quel tipo di regime di trattamento (lo stesso genere di cosa che facciamo per l’HIV) possa funzionare per questo problema. Ma sarebbe una buona notizia se uno stesse sviluppando un vaccino, perché significherebbe che il problema della variazione genetica non sarebbe probabilmente un ostacolo significativo nel modo in cui ci si aspetta che sia per l’HIV. Ed è importante notare che ci sono sul mercato dei vaccini contro un virus strettamente collegato, e cioè il virus della leucemia felina, che è stato approvato per l’uso e non ha il 100% di efficacia, ma una qualche efficacia ce l’ha. Perciò se si arriva a questo, è una cosa molto distante ancora naturalmente, ma la vaccinazione sarebbe [meno problematica].

Poi, l’altra cosa straordinaria è la relazione molto stretta di questo virus con l’MLV xenotropico, un virus endogeno dei topi avuti dall’accoppiamento di soggetti consanguinei. Come è stato notato, la patogenicità dell’MLV xenotropico non è stata studiata nei topi, per un’ovvia ragione, e cioè per il fatto che questo virus non contagia i topi. Ma virus strettamente collegati sono stati modelli patogenici molto importanti nella virologia del cancro, per le malattie di immunodeficienza e per una varietà di malattie neurologiche. Perciò la potenziale patogenicità di questo virus, almeno in un ospite che può venire contagiato, non deve essere sottostimata. Perciò l’MLV Xenotropico è ereditato come un provirus endogeno, cosa che significa che è nella linea germinale - circa 10-20 copie - in tutti i topi avuti dall’accoppiamento di soggetti consanguinei, e in un numero di copie di gran lunga superiore in alcuni topi selvatici. La maggior parte dei provirus che vengono ereditati in questa maniera sono difettosi, non portano alla crescita di una virus completo, ma alcuni di questi sono nei fatti capaci di replicarsi. Ce n’è uno chiamato BXV1 che è intatto e contagioso; se lo tiri fuori dal DNA di un topo puoi farne uscire del virus contagioso. E questi virus possono contagiare virtualmente tutti i mammiferi, e penso anche alcune specie di uccelli ad eccezione di alcune specie di MUS, e quello che è successo in questi topi  è che dopo che il virus è diventato endogeno (si è integrato nella linea germinale del topo), il topo ne ha perso i recettori. Probabilmente per pressione selettiva che è stata messa in atto dallo stesso virus.

Come ho detto, questi non sono direttamente patogenici nei topi, ma se isolate dai topi dei cancri patogenici che causano dei virus, avranno una sequenza, una sequenza molto importante che è la Ripetizione Terminale Lunga (LTR), che contiene tutti i segnali di attivazione dei geni per dirigere la sua trascrizione e per attivare oncogeni che causano il cancro e quella LTR viene dal virus xenotropico ed è molto simile, non proprio identica, c’è qualche piccola differenza, ma è molto simile nella sequenza al virus nell’XMRV.
Una delle grandi preoccupazioni in questo genere di studio, negli anni, è che questo genere di virus sono di fatto comuni contaminanti delle linee cellulari umane. Contagiano le linee cellulari del cancro alla prostata molto bene, e queste sono spesso isolate attraverso il passaggio attraverso topi nudi. Una volta che i topi nudi hanno questo provirus contagioso, questo virus può poi contagiare il tumore. E ci sono ripetuti resoconti, presentati molte volte, in cui le linee cellulari tumorali umane hanno raccolto questo virus in questo modo, e così quando uno lo vede per la prima volta questa è una grande preoccupazione.  A dire il vero, la relazione filogenetica, come il Dottor Peterson ha indicato, è una argomentazione molto forte contro quel genere di contaminazione dai topi di laboratorio. E ho già sottolineato questo ultimo punto, i virus collegati alla Leucemia Murina possono causare una gran varietà di malattie.



Questa è una piccola vignetta che ho pubblicato nella mia “prospettiva” che accompagnava l’articolo di Judy Mikovits che descriveva il virus nella CFS, e che mostra semplicemente che il virus veniva originariamente da un virus esogeno, un virus contagioso che infettava gli antenati del topo che poi è capitato che contagiassero la linea germinale, così è rimasto fisso come un fossile nella linea germinale. In seguito a questo il recettore si è mutato e così il virus può ancora contagiare, ma non può contagiare i topi perché non hanno il recettore e in qualche modo si è trasmesso agli umani.
Il gruppo e il rapporto molto stretti suggeriscono che questa trasmissione possa essere capitata piuttosto recentemente e di fatto non lo sappiamo ma non è impossibile che succeda sempre, che ci sia una qualche topo nel mondo selvatico che ha questo come virus endogeno e il mio laboratorio ha appena cominciato a vedere se questo è vero. E che il virus può essere trasmesso sia da topo a umano che da umano a umano, tutto è ancora vedere, ma penso che sia un’area di studio molto importante per rendersi conto da dove venga questo virus, quando è entrato negli esseri umani e naturalmente come si trasmette fra persone.

Sulla destra mostro lo stesso tipo di relazione filogenetica e voglio solo indicare ancora la similarità molto sorprendente dei virus isolati dalla fatica cronica e dal cancro alla prostata. Non c’è nessuna ovvia divisione di virus che sono isolati da una malattia o dall’altra. I due virus più distanti che ci sono lì sono in effetti entrambi dal cancro alla prostata. E quello che mostra è una relazione veramente molto stretta fra questi provirus endogeni e i virus xenotropici contagiosi isolati dai topi, e poi la più grande relazione distante da altri virus topini ben noti. Se dovessi mettere là sopra l’HIV penso che dovreste andare fin laggiù a quell’altra parete e tornare, per cogliere la relazione. Questi virus sono molto, molto distanti. Sono tutti retrovirus, ma è molto difficile anche solo vedere la relazione, quando cerchi di trovare un modo di allineare le sequenze, devi cercare in certe aree molto, molto specifiche. Perciò è importante tenere a mente che si tratta di un gruppo di virus molto diversi. Un gruppo di virus molto diffuso, particolarmente nei mammiferi, e anche in qualche uccello isolato. Ma mai prima d’ora, eccetto che in alcune applicazioni di terapia genetica, si è saputo che questi virus contagiassero gli esseri umani. Ed è stato nei fatti fatto uno sforzo per guardare a questo problema specifico nel caso del virus della Leucemia Felina, già negli anni 70 quando questo virus è stato scoperto,  c’è stato un certo ammontare di preoccupazione che i gatti potessero trasmettere il virus ai propri padroni.



E questa è effettivamente la mia ultima slide e voglio solo enfatizzare quello che non sappiamo a proposito del virus. Questo è molto, molto importante. Sono i primissimi giorni in questa cosa.  Abbiamo un articolo sulla Sindrome da Fatica Cronica associata, due articoli sull’associazione con il Cancro alla Prostata, che non sono completamente in accordo l’uno con l’altro. L’articolo sulla CFS è secondo me il meglio che si possa avere per un primo articolo sull’argomento, ma è ancora il primo articolo.  C’è molto che deve essere fatto.
Primo è naturalmente stabilire qual è il vero ruolo del virus in questa malattia. E non è necessariamente facile stabilire una causalità. Ci si è messo un bel po’ con l’HIV, nonostante le vere prove evidenti che si avevano. È abbastanza facile da stabilire in alcuni tipi di cancro perché puoi proprio vedere la specificità del sito di integrazione che lo indicherebbe, ma nel caso di altre malattie, sia che il virus sia una causa della malattia o un passeggero, o solo una coincidenza geografica dell’infezione con la malattia, tutto questo resta da stabilirsi. L’NCI in particolare sta davvero mettendo in piedi un grande sforzo, almeno all’interno delle proprie mura, per sviluppare questa cosa. Non conosciamo l’incidenza e la prevalenza nella popolazione umana.
Voglio enfatizzare che per fare questi studi è molto importante avere test standardizzati, uniformi, ben validati e affidabili. Questo è davvero il punto critico qui. E i gruppi immunologici sono particolarmente difficili in questo caso. Perfino con l’HIV i ben stabiliti test-HIV avevano lo stesso una certa gamma di falsi positivi, perciò è davvero critico che conosciamo esattamente qual è il test, che sia stato ben validato con esemplari ben standardizzati e che tutti siano d’accordo, idealmente usando gli stessi test per questi studi. E questo è quello su cui stiamo lavorando piuttosto intensamente alla Frederick in questo momento, e altri potrebbero fare altrettanto. Potremmo avere la meglio noi, potrebbero avere la meglio loro, ma qualunque cosa succeda, prima che possiamo veramente afferrare la questione questi test sono estremamente importanti. Dobbiamo conoscere la distribuzione della popolazione umana naturalmente, se ci sono gruppi, se ci sono possibili gruppi di infezione o se è semplicemente generalmente diffusa. Non abbiamo idea di quale sia il modo di trasmissione, nonostante alcune cose che possiate aver letto, e secondo me semplicemente non lo sappiamo. La capacità di isolare facilmente il virus dai globuli del sangue e dal sangue certamente implica che quella trasmissione possa avvenire per via sanguigna. Al di là di quello, non riesco nemmeno a indovinare da che cosa possa essere trasmessa. Da fluidi corporali? Probabilmente non si trasmette con l’aerosol. Questi virus non si trasmettono molto facilmente a quel modo, in generale, ma non lo sappiamo per certo con questo virus. E non conosciamo l’origine di questo virus. La stretta relazione di questo virus significa che è quasi necessario che venga dai topi, non riesco a visualizzare nessun altro scenario. Ma sta succedendo oggi? Succede sempre? È come lo scoppio di un hantavirus o qualcosa del genere? O è capitato una volta molto, molto tempo fa e si è poi trasmesso a un certo livello nella popolazione umana e naturalmente se è la causa della malattia non sappiamo quale sarà la percentuale di attacco, non sappiamo quale frazione di persone è contagiata da questo virus. Tutti quelli contagiati dall’HIV alla fine muoiono, quasi tutti moriranno, il 99 e qualcosa per cento alla fine morirà di AIDS, se non viene curato. Tuttavia per tutti quelli contagiati da una altro retrovirus umano, l’HTLV1, solo una piccola frazione avrà effettivamente la malattia, perciò non sappiamo queste cose per questo virus. Voglio dire, questa lista potrebbe andare avanti e avanti. Voglio dire una cosa sui test però. Mi è giunta all’attenzione con orrore ieri una pubblicità sul web di un test per l’XMRV per quello che ne so completamente indefinito, non verificato, non standardizzato. Qualcuno in un qualche laboratorio, credo nella Carolina del Sud, vuole 400 dollari da voi per fare il test a una goccia di sangue e questo penso che sia…probabilmente non dovrei dire quello che penso in proposito, ma… è davvero una cattiva idea fare il test. Non sappiamo che cosa sia, non sappiamo quanto buono sia… sono sicuro che le persone dei CDC e dell’FDA  faranno eco su questa questione, e io spingerei fortemente chiunque stia ascoltando a non farlo. Non avrei idea di quale sarebbe il risultato.

Come sempre, alla presentazione è seguita una sessione di domande e risposte. Un primo quesito posto si chiedeva se siano possibili spiegazioni alternative per una associazione così forte fra la CFS/ME e l’XMRV (al di là della possibilità che ne sia la causa) e se potrebbe essere che magari chi ha la CFS/ME è più predisposto a prendere questo virus. Il dottor Coffin ha risposto che pensa sia una possibilità, così come c’è una forte possibilità di causa ed effetto, ma non c’è niente di conclusivo, per il momento. Potrebbe essere una coincidenza, anche se è improbabile. Potrebbe essere che è un virus diffuso e solo persone con un sistema immunitario in qualche modo più debole o compromesso vengono contagiato e questa è proprio l’ipotesi originaria a cui si era pensato con il cancro alla prostata. Coffin però pensa, con i dati attuali, che questo sia meno probabile. Un’ultima probabilità è che tutti siano contagiati, ma che sia più facile da trovare in pazienti con questa malattia.

 


 

Comunicato stampa del WPI in risposta allo studio inglese

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Di Giada Da Ros
Presidente CFS Associazione Italiana – Aviano (PN)

Di seguito riportiamo tradotto il comunicato stampa che il Whittemore Peterson Institute ha diffuso in seguito alla pubblicazione su PLoS ONE di uno studio inglese che è stato incapace di trovare l’XMRV nei pazienti con la CFS/ME da loro esaminati.



Whittemore Peterson Institute

PER DIFFUSIONE IMMEDIATA
Frankie Vigil
R&R Partners for
Whittemore Peterson Institute
775-336-4555
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Dichiarazione Ufficiale del Whittemore Peterson Institute Riguardo allo Studio Inglese

Il Whittemore Peterson Institute (WPI) ha esaminato l’articolo intitolato “Fallimento nell’individuare il nuovo retrovirus XMRV nella Sindrome da Fatica Cronica”. Questo studio non ha duplicato le rigorose tecniche scientifiche usate dal WPI, dal National Cancer Institute e dalla Cleveland Clinic, perciò non può essere considerato uno studio di riproduzione né i risultati possono dichiarare di essere altro che un fallimento non solo a individuare l’XMRV, ma anche un fallimento nel far pensare a risultati che abbiano un significato.

I metodi scientifici usati dal WPI sono molto precisi e richiedono tecniche specifiche per assicurare accuratezza. Le differenze impiegate da Erlwein e gli altri non solo spiegano il loro fallimento nel replicare lo studio del WPI, ma rendono anche le conclusioni prive di significato. Queste differenze includono, ma non sono limitate alle seguenti:
  1. Volume e trattamento dei campioni di sangue.
  2. Differenze sui criteri/la popolazione dei pazienti;
  3. Numero e tipo di test fatti per assicurare risultati accurati, inclusa la coltura dei globuli bianchi;
  4. Uso di un controllo di plasmide molecolare in acqua contro un campione di sangue positivo; e
  5. Differenti sequenze di innesco e protocollo di amplificazione usato per trovare il virus, che non sono stati validati da un contro clinico.
Lo studio del WPI è stato pubblicato dopo 6 mesi di rigoroso esame e tre conferme di laboratori indipendenti, cosa che prova che non è avvenuta contaminazione e che l’XMRV infettivo era presente nel 67% dei pazienti con la CFS diagnosticati secondo i criteri Canadesi e i criteri Fukuda. Al contrario, questo ultimo studio è stato pubblicato online dopo solo tre giorni di esame. Rimangono significative e critiche domande rispetto allo status dei campioni dei pazienti usati nello studio inglese dal momento che possono essere stati confusi con pazienti psichiatrici affaticati, dal momento che il Regno Unito ha relegato i pazienti con la “CFS” alla cura psichiatrica e non alle tradizionali pratiche mediche. “Si sa poco riguardo alla diffusione dell’XMRV nel mondo, molto meno sulla incidenza dell’XMRV nella CFS/ME o nel cancro alla prostata” enfatizza la dottoressa Judy Mikovits. “Il WPI e i suoi collaboratori all’NCI sono attivamente impegnati con team di ricerca internazionali per investigare queste importanti questioni.”

Il WPI non raccomanda l’uso di farmaci anti-retrovirali che si deve ancora provare che siano efficaci nel trattare le infezioni da XMRV. Tuttavia, diverse grandi compagnie farmaceutiche hanno espresso interesse nello sviluppare farmaci anti-retrovirali e immuno-modulatori che tratteranno in modo efficace le malattie associate all’XMRV.

Il WPI è impaziente di avere i risultati di altri gruppi scientifici in giro per il mondo, che siano seri rispetto al replicare i suoi risultati scientifici, usando le stesse tecniche del WPI e dei suoi collaboratori. Il fatto che l’XMRV è stato individuato nel 67% dei campioni con la CFS  nello studio degli Stati Uniti ha determinato una significativa associazione fra l’XMRV e la CFS, cosa che esige un’indagine molto più seria da parte delle agenzie della salute responsabili nel mondo sulle cause di questa debilitante malattia.



Whittemore Peterson Institute
Il Whittemore Peterson Institute per le Malattie Neuro-Immunitarie esiste per portare scoperta, conoscenza e trattamenti efficaci ai pazienti con malattie che sono causate da una acquisita cattiva regolazione del sistema immunitario e del sistema nervoso, che spesso risulta in una malattia e una disabilità che dura tutta la vita. Il WPI è il primo istituto al mondo dedicato alle malattie neuro-immunitarie associate all’X (XAND) e altre malattie associate all’X, integrando il trattamento dei pazienti, la ricerca di base e clinica e l’educazione medica.

 


 
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